in cortile per cena
Quarant'anni dopo le comuni, nelle metropoli di tutto il mondo si sta diffondendo un modello abitativo utile e dilettevole: case private intorno a spazi e servizi condivisi.
Alla fine degli anni 60, mentre infervorati "figli dei fiori" varcavano la soglia di autogovernate comuni, in un piccolo paese scandinavo nasceva il modello abitativo che, quarant’anni dopo, ne avrebbe raccolto l’eredità: il co-housing.
Se tuttavia all’origine delle comuni c’era un rivoluzionario desiderio di libertà e trasgressione, ciò che motiva oggi la diffusione del co-housing nelle città di tutto il mondo è un miscuglio di pragmatismo e paura di solitudine metropolitana.
Il co-housing è infatti la combinazione tra l’autonomia dell’abitazione privata e i vantaggi di servizi, risorse e spazi condivisi (nido per bambini, palestra, lavanderia, cortile, orto…) con benefici sia dal punto di vista sociale che economico. Il risultato che ne deriva è il recupero di rapporti sociali di vicinato altrimenti difficili da instaurare nelle grandi città e, contemporaneamente, una rilevante riduzione dei costi di gestione delle attività quotidiane, quantificata da uno studio USA nel 10/15%. Per gli "integralisti" della materia, la condivisione si estende anche ad altre aree della vita che esulano dalla casa: un esempio su tutti è il car sharing, che implica un utilizzo comunitario dell’auto, peraltro con salutari effetti sull’ambiente.
Ma bisogna andarci cauti: come tutte le convivenze, anche il co-housing espone gli inquilini a tensioni inter-relazionali. Per limitarle, esiste una sorta di tacito decalogo comportamentale rispettato dai co-housers.
In ordine temporale, si parte - letteralmente - dalle fondamenta, con la progettazione partecipata, ossia nei casi in cui la struttura abitativa nasca contestualmente col formarsi del gruppo di inquilini, questi partecipano direttamente alla progettazione del condominio e degli spazi comuni, nonché alla selezione dei servizi condivisi.
Successivamente, si stabiliscono le norme di "arruolamento" degli inquilini, che devono rispettare il principio-guida del vicinato elettivo (avere una visione comune condivisa), ma senza preconcetti ideologici.
Infine ci si dedica alle norme per la gestione quotidiana, che avviene in modalità autonoma (senza amministratori di condominio esterni, per intendersi), secondo una filosofia non gerarchica bensì pertinenziale (nei servizi comuni ciascuno si occupa di ciò per il quale è più portato) e con l’obiettivo di incentivare la socialità con frequenti momenti di aggregazione, quali cene in cortile per gli adulti e attività ludiche per i bambini.
Fissati tutti i tasselli il modello è decollato, urbanisti e architetti ci stanno lavorando intensamente: con il co-housing in città si è un po’ meno soli. (Settembre 2007)