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Locavorism, il menu racchiuso

nel raggio di 100 miglia

Nelle metropoli americane stanno aumentando i seguaci della filosofia "mangiare locale": produttore e consumatore si avvicinano, l'origine è più controllata. 

 

Tutto comincia così: si prende una mappa della propria regione d’appartenenza, poi si traccia un cerchio avente come centro la metropoli in cui si vive e come raggio una distanza di 100 miglia. E’ il passo d’ingresso nel locavorism, movimento che si pone l’obiettivo di "mangiare locale" – il neologismo è una fusione dei termini "local" e "vorare" (mangiare) – utilizzando solo ed esclusivamente beni alimentari ed ingredienti reperiti per l’appunto in un raggio di cento miglia.

Affermatosi negli Stati Uniti all’inizio del millennio, a prima vista poteva sembrare una risposta allarmistica e protezionista agli attacchi subiti nel 2001, una forma di difesa che rimandava indietro ai tempi della Grande Depressione successiva alla crisi del 1929. E probabilmente in parte è stata davvero questa una delle ragioni fondanti del movimento. Approfondendo il fenomeno, tuttavia, emerge che i vantaggi del mangiare da locavore sono variegati.

Innanzitutto dà la possibilità di conoscere con precisione da dove arriva il cibo che si ingurgita, una sorta di garanzia di qualità. E’ il concetto dell’origine controllata: orti e allevamenti sono dietro all’angolo di casa, il consumatore può monitorare l’andamento della coltivazione di pomodori piuttosto che la composizione del mangime dato ai maiali con una breve gita fuori porta. Ma c’è di più: conoscendo i luoghi della produzione, con i relativi aspetti climatici, si possono mangiare i prodotti dell’orto nel loro momento migliore, al massimo fulgore in termini di gusto e contenuto nutrizionale.

Il tema della vicinanza produttore-consumatore in campo agricolo è oggi talmente sensibile che, ad esempio, a New York si stanno diffondendo pratiche un tempo impensabili (e descritte nelle aree Blog e Tips del sito): coltivazioni "mini" di insalata sotto vetro da far crescere in casa con l’ausilio del calore del forno, vigne su improbabili tetti dell’Upper East Side, orti itineranti con zattere galleggianti sull’Hudson…

A favore del locavorism ci sono poi benefici di natura più macro-economica, che vanno al di là del tornaconto prettamente personale. Due su tutti: il calo dell’inquinamento da trasporti di cibo e l’auto-alimentazione – termine quanto mai pertinente visto l’argomento trattato – dell’economia delle comunità locali.

Il primo è musica per le orecchie degli ambientalisti, ma lascia abbastanza indifferenti tutti gli altri. Il secondo è un argomento che esalta le adunate di movimenti federalisti nei Paesi occidentali, sebbene sia in realtà più utilmente applicabile alle isolate comunità di Paesi in via di sviluppo, gravate dal problema di trasporti inefficienti.

A pochi anni dalla sua nascita, a livello metropolitano il locavorism è oggi poco più di uno snobistico vezzo. Il rischio latente è che un approccio virtuoso all’alimentazione trascenda in una sorta di razzismo, manifestato da una chiusura ostile al cibo non autoctono. Ma non sembra essere un problema all’ordine del giorno, a giudicare dalle lunghe code sulla 30ma Strada di New York, in attesa di ordinare da "Dimple Indian Fast Food". (Ottobre 2007)

 
     
   

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