La scena è divertente da immaginare: una bambina sceglie amorevolmente la sua Barbie parlante nel negozio di giocattoli, già pregustando di vestirla e rivestirla con tutti gli abiti del suo micro-guardaroba, accompagnata nelle varie vestizioni dal suono della frase pre-registrata "I love shopping". Sennonché, una volta a casa, la bocca della bambola, invece di emettere con soave voce femminea le parole indicate sulla confezione, esplode con timbro maschile in un tuonante e minaccioso "Vengeance is mine" ("La vendetta è mia!"). Un trauma per la vita. Pari probabilmente solo a quello del suo coetaneo maschio che, nello stesso momento, rimane esterrefatto nell’ascoltare il suo eroe in miniatura G.I. Joe (soldato armato fino ai denti con propositi distruttivi) rivelare con voce femminile di voler andare per compere.
All’origine della scena appena descritta (e realmente accaduta, per mano di un’organizzazione chiamata "Fronte di Liberazione della Barbie") è stata un’azione di sabotaggio - un blitz di qualche goliardo che ha prima acquistato i due modelli di bambola, poi agito sull’hardware al loro interno invertendo i file audio e infine riposizionato gli esemplari sullo stesso scaffale dove li aveva trovati - rientrante nel più ampio fenomeno metropolitano dello shopdropping, ossia "l’arte" di sostituire prodotti esposti nei punti vendita con loro imitazioni riadattate creativamente. Suo complemento è il droplifting, l’atto di prelevare i prodotti precedentemente depositati.
Gli shopdroppers sono artisti con "licenza di colpire", le loro azioni hanno successo solo se il riadattamento dei prodotti avviene con talento, astuzia e precisione. Perché l’operazione si può dire riuscita solo se il bene "modificato" - il CD, il libro, la bottiglia, il giocattolo - varca il filtro della cassa e arriva nella casa dell’ignaro acquirente. Ciò implica che, fatta eccezione per il "ritocco", tutto deve essere mantenuto inalterato, compresi il codice a barra e l’etichetta del prezzo sulla confezione.
Questo fenomeno di "culture jamming" ha motivazioni di varia natura: promozione artistica, spirito civico, goliardia e persino marketing delle stesse aziende produttrici dei beni esposti nei punti vendita. Secondo uno dei fondatori del movimento, Ryan Watkins-Hughes, la ragione primordiale era di sovvertire l’ordine negli spazi commerciali a vantaggio dell’arte. Una delle prime azioni negli USA fu, ad esempio, la modifica della grafica sulle etichette delle bottiglie di Coca Cola. Alla faccia di chi, come la Food and Drug Administration, obiettò che alterare prodotti alimentari quali le bevande può comportare dei rischi per la salute dei consumatori. Sempre alla divulgazione della propria arte si è ispirato Banksy in occasione di quello che probabilmente è stato il caso più clamoroso di shopdropping: la sostituzione di 500 CD di Paris Hilton con CD da lui remixati e contenuti in un booklet da lui disegnato. Ancor più sorprendente è che nessun acquirente, secondo il negozio dove avvenne il blitz, restituì il prodotto "fallato": tra Banksy e Paris Hilton scelsero il primo.
Sulla scia del fragore di questo exploit, le azioni di shopdropping si sono moltiplicate. Agli shopdroppers più disimpegnati si sono aggiunti quelli mossi da spirito civico. Obiettivo: i punti vendita delle aziende accusate di violazione dei diritti sul lavoro, Walmart su tutte. Così, ecco comparire sugli scaffali del mall di San Francisco il pupazzo di Mussolini, all’interno di un packaging che anticipava gli altri personaggi della serie: Hitler, Stalin e il fondatore della Walmart Sam Walton. Come se non bastasse, pochi mesi dopo, in un altro punto vendita del colosso di Bentonville, un’artista con predisposizioni sartoriali ha comprato alcuni capi d’abbigliamento (un pantalone, due top e una camicia), creandone delle copie pressoché identiche (salvo piccoli dettagli) e riposizionandole nel negozio. Qualche giorno dopo è scattata l’accusa che Walmart vende prodotti contraffatti.
Mentre il mondo si divide a metà tra chi ritiene lo shopdropping un fenomeno divertente e innocuo e chi viceversa lo bolla come fastidioso e scorretto (per esempio la madre della bambina che ha acquistato la Barbie con le corde vocali alterate, costretta a consolarla lungamente), c’è chi ha pensato bene di cavalcare l’onda del prodotto "difettato". In Italia c’è un caso recente: in occasione del suo centenario l’Inter ha realizzato una maglia ad hoc, bianca con scudo crociato rosso, in omaggio allo stemma di Milano. Per un’incredibile "svista", nei primi esemplari venduti nei negozi convenzionati, la data di nascita riportata era "8 marzo 1908" (quella corretta è 9 marzo) e la frase a supporto era "100 anni nerazzuro", con una sola "r", roba da terza elementare. Puzza di bruciato: una maglia preparata per mesi, vista e rivista da decine di esperti e consulenti, senza che nessuno si accorgesse di errori così grossolani? Da qui il sospetto che rientrasse in un’operazione di marketing, per far parlare dell’evento tutti i giornali d’Italia e del mondo (la notizia è stata riportata anche da "L’Equipe" in Francia). Sospetto che si è trasformato in certezza quando le maglie fallate sono finite su eBay, con base d’asta nettamente superiore alle maglie corrette, diventando così preziosi pezzi rari per collezionisti. (Gennaio 2008)