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Generazione job hoppers,

saltellando da un lavoro all’altro

Per scelta o per necessità, viviamo in un’epoca in cui i frequenti cambi di professione sono all’ordine del giorno. Occorre quindi trasformare questa tendenza da rischio ad opportunità, mettendo in pratica poche regole basilari e soprattutto capendo cosa "ci tira giù dal letto al mattino".

E’ tutta una questione di punti di vista. Un sottile gioco psicologico che si attiva nel momento in cui l’esaminando si siede davanti all’esaminatore per un colloquio di lavoro. Come in un duello c’è da determinare quale delle due parti ha il coltello dalla parte del manico, e gran parte dell’esito dipende dallo spirito del candidato al posto: quello pessimista è convinto che viviamo nell’era del lavoro precario, fatto di insicurezze, stipendi da fame e contratti a termine; quello ottimista sa che questa è l’era del "libertinaggio" professionale, dell’elettrizzante rischio dell’ignoto che evita di far precipitare nella routine quotidiana e della possibilità di accumulare tante esperienze lavorative diverse. Da qualunque lato lo si veda - che lo si subisca o che lo si imponga - una cosa è certa: è bene prendere atto che il job hopping, ossia il "saltellare" da un lavoro all’altro senza sosta, è un fenomeno all’ordine del giorno.

Più negli USA che in Europa, per la verità. Oltreoceano il concetto di fedeltà professionale non esiste: si va dove conviene, senza tanti complimenti e mettendo al bando i sentimentalismi aziendali. Lo conferma un dato: in media gli americani cambiano lavoro ogni quattro anni, gli europei ogni dieci. E, all’interno del Vecchio Continente, i meno "professionalmente fedeli" sono i britannici (otto anni), contro i dieci dei tedeschi e i dodici di francesi e italiani. In ogni caso, la tendenza generalizzata nel prossimo futuro, sia negli USA che in Europa, sarà di una graduale e costante riduzione del tempo di permanenza nel posto di lavoro. La propensione al job hopping è ovviamente più elevata nelle fasce d’età più basse, tra i neo diplomati e laureati. Qui, la permanenza media scende a diciotto mesi e il "Career Journal" stima che ben il 75% dei lavoratori è a caccia di nuove posizioni più gratificanti.

Una massa con la "febbre" di muoversi, dunque. Alla base di questa inquietudine professionale è un concorso di cause: da un lato un mercato fortemente flessibile che spinge molte aziende a proporre solo contratti a progetto, dall’altro un approccio al lavoro da parte delle nuove generazioni più esigente rispetto al passato. Oggi a molti non basta più portare a casa uno stipendio, per poi dedicare il proprio tempo ad altri interessi: le ore di lavoro sono diventate cruciali nel determinare la qualità della vita. E la parola-chiave sembra essere "motivazione": occorre capire cosa "ci tira giù dal letto al mattino", per dirla come il consulente del lavoro Laurence Haughton. Il punto è che molti non lo sanno di preciso, e l’unico modo di scoprirlo resta quello di provare diverse professioni finché non ci si imbatte in quella più in linea con il nostro carattere.

Una cosa va evitata assolutamente: l’apatia professionale. Secondo David Maister, altro consulente aziendale nel campo delle risorse umane, ognuno di noi ha tre fasi lavorative, che definisce con i termini "dynamo", "loser" e "cruiser". Nelle prime due siamo molto attivi, con la differenza che nella "dynamo" otteniamo risultati positivi, nella "loser" risultati negativi. Nella terza, la "cruiser", ci limitiamo a navigare senza stimoli. Mentre le prime due portano comunque ad una crescita personale (anche nel caso della fase "loser", che comunque consente di apprendere lezioni che ci potranno servire in futuro), la terza è inutile, e va limitata nel tempo il più possibile.

Peraltro, se una volta i job hoppers erano valutati dalle aziende con diffidenza (in quanto portatori di tratti come scarsa auto-motivazione, poca esperienza e predisposizione a scappar via alla prima tentazione), oggi vengono invece spesso visti come risorsa. L’importante è sapersi spostare con abilità. Nel "manuale di comportamento del perfetto job hopper" ci sono alcune regole basilari da rispettare, due su tutte. Innanzitutto seguire una strategia professionale precisa: contrariamente alla leggenda che vuole il job hopper come lo scapestrato che affronta la vita alla giornata, ogni cambio di lavoro va ponderato come una mossa di una partita a scacchi, valutando attentamente pro e contro. Quindi, se non proprio obbligati, vanno evitate decisioni d’impulso, magari dettate da futili motivi (ad esempio, il vicino d’ufficio che non ci piace). Secondariamente non bisogna bruciarsi i ponti alle spalle: occorre provare a mantenere comunque un buon rapporto con l’azienda che stiamo per lasciare, un approccio "prendi-il-nuovo-lavoro-e-scappa" è controproducente. Anche perché, nel tourbillon di spostamenti da un posto all’altro, non va esclusa la possibilità di un ritorno.

Discorso a parte lo meritano gli estremisti del job hopping, quelli che ne hanno fatto una filosofia esistenziale, al punto da cambiare vorticosamente mestieri (anche i più umili) con il solo scopo di accumulare quante più esperienze di vita possibile. Il caso più clamoroso è quello del canadese Sean Aken, che ha intrapreso meno di un anno fa un esperimento chiamato "One Week Job". Come si può intuire dal titolo, lo scopo è di cambiare una professione a settimana, per sperimentarne 52 in un anno. Passando da quella di sterminatore di topi a Miami a quella di raccoglitore di fondi per la lotta al cancro a Montreal, alla fine del periodo vorrebbe capire cosa realmente desidera fare nella vita. Perché, come dice lui, "I’m searching for a passion, not just a career". (Febbraio 2008)

 
     
   

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