Quest’anno, per la prima volta nella storia, più della metà della popolazione mondiale vivrà in città, ed entro il 2030 la popolazione urbana globale raddoppierà da 2,5 a 5 miliardi di persone: causa principale di questa esplosione demografica metropolitana è l’immigrazione, tema ormai in cima all’agenda politica dei governi di tutto il mondo. Un issue spinoso e multiforme, tanto più se affrontato trascurando i dati succitati: perché se è evidente che l’immigrazione incide oggi sulla vita delle persone come mai in passato, ogni ricetta politica per affrontarla efficacemente deve partire dall’assunto che a "caricarsi" maggiormente il peso (e le opportunità) dei flussi di ingresso sono le città più che i Paesi in senso ampio. E la novità è che, alle città tradizionalmente aperte al cosmopolitismo quali New York, Londra e Sydney, si sono aggiunte recentemente altre "novelle" gateway cities ("città portone", termine coniato per evidenziare la loro propensione all’accoglienza), quali, ad esempio, Birmingham, Johannesburg, Singapore e Dublino.
Al tema dell’immigrazione metropolitana è dedicata una ricerca "permanente" chiamata GUM ("Globalization, Urbanization and Migration") predisposta dal "Migration Policy Institute" e finanziata dalla "George Washington University Center for the Study of Globalization". Scopo primario del progetto è accumulare e catalogare dati relativi all’immigrazione in oltre 150 aree metropolitane (con oltre 1 milione di abitanti) di 50 Paesi. Ciò consente ai ricercatori di comprendere meglio l’impatto della globalizzazione e dell’immigrazione nelle città e, in seconda battuta, di indicare alcune linee-guida per indirizzare le politiche di integrazione nei prossimi anni. In aggiunta, la ricerca esamina le singole composizioni etniche urbane e i quartieri di approdo delle varie comunità. I dati vengono poi riprodotti attraverso vere e proprie mappe. Tra queste, spicca quella relativa alle città con più di un milione di immigrati, da cui emergono alcuni dati in parte sorprendenti. Innanzitutto la grande differenza tra il tasso di multietnicità nelle metropoli statunitensi e in quelle europee: laddove negli USA ci sono ben otto città con più di un milione di immigrati (New York, Washington DC, Chicago, San Francisco, Los Angeles, Dallas, Houston e Miami), in Europa sono solo due (Parigi e Londra). Altro dato importante che emerge è l’alto grado di accoglienza nell’area della penisola arabica, dove tre città superano la soglia del milione di immigrati: Dubai, Riyad e Jedda.
E’ ovvio che le gateway cities devono fronteggiare anche tutte le drammatiche difficoltà dell’accoglienza: "La faccia della povertà oggi non è più la donna dell’area rurale seduta sotto un albero con molti figli", afferma Susan Parnell, una geografa urbana dell’Università di Cape Town, "bensì il ghetto sovraffollato e circondato da immondizia in una periferia cittadina". Dove, senza gli standard minimi di igiene, le malattie proliferano e la rabbia cresce. Un miliardo di persone - quasi un terzo della popolazione urbana mondiale - vive oggi in slums (baraccopoli). E quel che rende la situazione ancora più critica è la precarietà di questi insediamenti perlopiù illegali: una recente ricerca delle Nazioni Unite ha stimato che ogni anno almeno due milioni di persone abitanti negli slums urbani vengono rimosse a forza. Del resto, per molte di loro la scelta di vivere in città è inevitabile: il PIL mondiale è realizzato per l’85% nei centri urbani, è pertanto naturale tentare di insediarsi laddove viene prodotta la ricchezza.
Una politica avveduta e lungimirante (tesa quindi a prevenire derive di violenza figlie della disperazione maturata in questi insediamenti) dovrebbe pertanto tentare di ascoltare e, nei limiti del possibile, recepire le istanze delle comunità abitanti nelle baraccopoli. Soprattutto in quei casi in cui sono gli stessi membri di queste comunità a proporsi in modo costruttivo. E’ quel che ha fatto, per esempio, a Mumbai Jockin Arputham, presidente della "Slum Dwellers International": dopo essere stato "cacciato" per tre volte dagli insediamenti in cui viveva, ha formato una federazione di squatters operante in 70 città indiane e in 23 Paesi del mondo avente come obiettivo la pacifica rivendicazione dei propri diritti nei confronti dei governi nazionali e locali, al fine di garantire (nell’interesse di tutti gli abitanti delle città, benestanti e poveri) una sostenibile convivenza. "Il risultato più importante è stato vedere riconosciuto ai poveri un ruolo primario nelle agende politiche delle città", afferma orgoglioso Arputham.
E’ anche così che crescono le gateway cities. Un po’ come succede a New York, dove, alla domanda di un sondaggio "Ti senti americano?", la risposta più frequente data dai newyorchesi di "seconda generazione" figli di immigrati è stata "Più che americano mi sento newyorchese". (Marzo 2008)