METRO HOT SPOTS
METRO LIFE
 
     
 
| Stampa |

metropoli_depresse_impaurite_e_ansiose_in_una_parola_ottimiste.jpg

 

Metropoli depresse, impaurite

e ansiose.

In una parola... ottimiste

Dilagano gli psicofarmaci, si attivano test anti-depressivi, aumentano le paure individuali e collettive. Eppure, nonostante tutto, nelle principali città del mondo prevale un atteggiamento positivo. Perché chi poi opta per una vita più "decentrata" spesso rimpiange la frenesia urbana.

 

Degna di essere inserita nella rubrica ‘Forse non tutti sanno che...’ della Settimana Enigmistica, la notizia ha già alimentato il dibattito tra psicologi e sociologi in Gran Bretagna: il tasso di depressione e il numero di suicidi di membri della comunità irlandese a Londra sono di gran lunga superiori a quelli di tutte le altre etnie presenti in città. Dato attestato, senza tema di smentite, dal ‘British Journal of Psychiatry’. Perché? Chi l’avrebbe mai detto che proprio la comunità proveniente dall’area geograficamente più prossima fosse quella che maggiormente faticava ad inserirsi nella vita londinese, ben più di indiani o cinesi?

E’ una delle numerose inspiegabili sfaccettature del più vasto capitolo della depressione metropolitana, fenomeno in preoccupante aumento e dalle cause molteplici, quali i ritmi frenetici, il traffico, i rumori, i vicini di casa "che nemmeno si conoscono", il diffuso senso di solitudine e, recentemente, una nuova interessante interpretazione (questa volta frutto di una ricerca belga dal titolo ‘La dépression: état des connaissances et données disponibles pour le développement d’une politique de santé en Belgique’): lo stress da prestazioni lavorative dovuto alla maggiore vicinanza ai centri di comando delle società per le quali si lavora (solitamente ubicate nei grandi aggregati urbani). In altre parole, lavorare sapendo che le performance professionali vengono immediatamente monitorate e spesso malgiudicate da amministratori delegati o presidenti con l’ufficio a pochi metri di distanza in linea d’aria acuirebbe il senso di insoddisfazione accompagnato ad ansia.

E ciò vale ancor più per le donne. A Milano - città in cui, stando ai dati del 'Dipartimento di Salute Mentale' dell’ospedale Fatebenefratelli, si consumano circa 650.000 pillole anti-depressive l’anno - le più colpite sono proprio loro. Su un totale di circa centomila casi di pazienti sottoposti a cure psichiatriche nell’area milanese, ben il 70% è di sesso femminile. Secondo i promotori della ricerca, i motivi della disparità sono di tre tipi: biologici (di matrice ormonale), organizzativi (le donne, molto più degli uomini, devono svolgere più ruoli nella società: lavoratrice, mamma, moglie) e psicofisici (molestie e mobbing colpiscono maggiormente le donne).

Che la patologia sia ormai dilagante ad ogni longitudine è confermato dall’iniziativa del ‘New York City Department of Health and Mental Hygiene’ (DOHMH), promotore di un nuovo test che ogni cittadino newyorkese può richiedere al proprio medico: il ‘Patient Health Questionnaire’ (PHQ), in termini più spicci rinominato "test anti-depressione". Spiega il Dottor Lloyd Sederer, Commissario Esecutivo del DOHMH: "La depressione a New York è oggi terribilmente sotto-diagnosticata e sotto-curata. Dovrebbe invece rientrare nel pacchetto di test periodici, al pari degli esami del sangue o della pressione". Tanto che l’issue "depressione" è entrato nella "lista calda" dei dieci temi più urgenti della politica sanitaria cittadina.

A rendere ancora più insidiosa la depressione metropolitana è la sua invisibilità. C’è una moltitudine di soggetti che consuma la sofferenza lentamente tra le mura di casa, senza lasciare trasparire alcun malessere una volta risucchiata dal vortice frenetico della vita urbana. Gli eclatanti suicidi da "mal di vivere" nella cornice dei luoghi-simbolo cittadini sono solo un dettaglio, eppure sono quelli che più colpiscono. E’ di poche settimane fa la notizia che, dopo decenni di vani tentativi e ben 1300 definitivi lanci nel vuoto, la ‘Golden Gate Bridge Suicide Barrier Task Force’ ha finalmente vinto la sua battaglia, ottenendo l’installazione della barriera anti-suicidi sul famoso ponte di San Francisco. Iniziativa che segue quella dell’Empire State Building a New York (dopo "soli" 16 suicidi) e della Tour Eiffel a Parigi (352). Stando alle confidenze dei "sopravvissuti", il motivo per cui questi luoghi-simbolo vengono spesso scelte per gesti estremi è estetico: consentono di "uscire di scena" con una visione sublime negli ultimi secondi dell’esistenza, quasi in spregio ad una vita di amarezze.

Stretta parente della depressione è l’ansia metropolitana. Un’indagine condotta dal ‘World Social Forum’ in dieci grandi città del mondo (Londra, Parigi, Roma, Mosca, Mumbai, Pechino, Tokyo, New York, San Paolo, Il Cairo) evidenzia un generale stato di paura. Ma, soprattutto, a colpire è la sua trasversalità geografica. Le tre città nelle quali la paura è "il sentimento che meglio descrive l’atteggiamento verso la vita" appartengono a tre continenti diversi: San Paolo (26,2%, Sud America), Il Cairo (23,2%, Africa) e Tokyo (23%, Asia). Se si vuole trovare un flebile comun denominatore continentale si può riassumere che nelle metropoli europee prevalgono le paure individuali - di perdere la casa, di retrocedere nel lavoro, di subìre scippi o rapine (Roma, per esempio, è la città tra le dieci con la più alta diffusione di sistemi di allarme e porte blindate) - laddove nelle metropoli asiatiche prevalgono quelle collettive - di rimanere vittime di catastrofi naturali o epidemie di massa (a Tokyo il timore di essere colpiti da terremoto è citato dal 16% degli intervistati) -, ma si tratta pur sempre di definizioni approssimative.

Per fortuna dall’indagine emergono anche notizie positive: che Londra, nonostante la sua vita convulsa e gli attentati terroristici a cui è stata sottoposta recentemente, è in assoluto la città, tra le dieci, con meno ansie; che Pechino e Mumbai sono le due città più felici (qui paura e incertezza non hanno attecchito: a Mumbai l’insieme di "fiduciosi" e "ottimisti" raggiunge la percentuale record dell’83,3%); e soprattutto che, nell’insieme delle dieci metropoli, nonostante il generale stato di ansia, la maggioranza degli intervistati (il 55%) reagisce con un atteggiamento positivo e ottimista. Proprio quello auspicabile per fronteggiare e sconfiggere la depressione metropolitana.

monte_fuji_allalba.jpgPerché, nonostante tutto, gli aspetti positivi della vita in città non sono pochi e, una volta perduti perché si sceglie un’esistenza più "decentrata", vengono spesso a mancare: gli eventi mondani e culturali, il crogiuolo di razze ed esperienze di vita eterogenee, le opportunità professionali. E, se nonostante tutto, la depressione metropolitana non sparisce, c’è un ultimo, estremo rimedio proposto da Rocky Tanaka, un fotografo giapponese che ha elaborato una strampalata teoria: una visione quotidiana di una foto del Monte Fuji con le sue perfette pendenze, possibilmente scattata all’alba (effetto previsto: una scossa di adrenalina per tutta la giornata) o nel pomeriggio, quando il sole si posiziona di fianco alla vetta (effetto: rilassamento). Tanaka garantisce un "benefico balsamo per anime in pena", la comunità scientifica ha qualche dubbio... (Dicembre 2008)

 
     
   

©2007-2010 Federico Pisanty e FMVP / Zapnet - Alcuni diritti riservati. Sito ottimizzato per una visione con Internet Explorer.