Come talvolta accade, le grandi rivoluzioni nascono imprevedibilmente. Per dotCities - il progetto che si pone l’ambizioso obiettivo di attivare un suffisso personalizzato (anche detto TLD, “top level domain”) per ognuna delle principali metropoli mondiali -, addirittura, per un errore marchiano del Comune di Berlino. Che, in una recente campagna di “marketing urbano” per promuovere la città, ha utilizzato il claim “SeiBerlin”, accompagnato da relativo dominio Internet www.sei.berlin, divulgato attraverso volantini, manifesti, spot televisivi e inserzioni sui giornali. Peccato che, ad oggi, non è ancora possibile registrare indirizzi con TLD diversi da quelli standard (.com, .net, .org e così via, per intendersi). Errore cui si è posto rimedio in extremis acquisendo il dominio corretto www.seiberlin.de. Ma quel che più conta è che, da questo errore, è arrivata la spinta per dare vita a dotCities, un consorzio tra alcune città - Berlino, Barcellona, Amburgo, New York, Parigi, cui si è recentemente aggiunta Londra - e far fronte comune nel richiedere all’Icann (l’authority mondiale preposta all’attribuzione degli indirizzi Internet) la facoltà di attivare TLD metropolitani personalizzati: .berlin, .nyc, .paris e così via.
Quella che potrebbe superficialmente sembrare una civetteria, presenta invece una serie di risvolti pratici di rilevante importanza, sia economica che sociale. Il perché è presto spiegato facendo ricorso ad un esempio relativo alla città di New York: senza un suffisso .nyc personalizzato, i 400 hotel della Grande Mela, ossia l’asse portante dell’economia cittadina, si perdono nell’oceano di Internet tra oltre 37 milioni di risultati che produce su Google la ricerca “hotels in New York City”. L’inevitabile conseguenza è che il navigatore in cerca di ospitalità, smarrito nella moltitudine di voci, dirotta le proprie ricerche su portali di turismo (tipo Expedia) o selezionando un hotel dall’alta visibilità sulle pagine di Google (o perché in cima alla lista delle ricerche o perché pubblicizzato a bordo pagina). In entrambi casi ciò si traduce in costi (di commissione al portale o di posizionamento / pubblicità a Google) per l’albergo, prontamente ricaricati sul prezzo della camera al cliente finale. Non solo: a fare la parte dei “cannibali” sono le grandi catene che dispongono di ingenti mezzi finanziari, a svantaggio di alberghi indipendenti, sebbene magari più accoglienti. Se esistesse il suffisso .nyc, la ricerca sarebbe molto più circoscritta: innanzitutto si potrebbe creare una directory www.hotels.nyc, da cui iniziare la ricerca, e secondariamente tutti gli hotel con suffisso .nyc finirebbero automaticamente in testa alla ricerca “hotels in New York City” su Google.
Il paradosso attuale è che metropoli con milioni e milioni di abitanti sono “elettronicamente invisibili” proprio perché perse nei meandri delle ricerche su Google, mentre Stati microscopici la cui esistenza è spesso addirittura ignota ai più - tipo Cook Islands e Tuvalu - dispongono di un TLD personalizzato. La motivazione è che fino ad oggi il criterio di attribuzione dei suffissi ha seguito la regola “un suffisso per ogni Stato”, oltre ai generici .org, .net, .biz, .info e simili. Ma in un’economia sempre più telematica come si può ignorare il fatto che ciascuna delle dieci principali città del mondo ha una popolazione superiore a ben 113 dei 192 Stati dell’ONU? O che l'area di Greater London ha più abitanti dell’intera Olanda e, a breve, Tokyo dell’intero Canada?
Tornando al caso di Berlino, probabilmente la più decisa tra le città del consorzio nel pretendere un “pezzo di terra telematico”, a suffragare tale determinatezza c’è un ulteriore dato: ad oggi ci sono già ben 130.000 indirizzi Internet di 2° livello (ossia con il termine-chiave alla sinistra del suffisso, ad esempio hotels.berlin.de) contenenti la parola “Berlin”. Non è quindi azzardato ipotizzare che, di questi, molti verrebbero rinominati spostando il nome della città alla destra del punto (nell’esempio precedente passando a hotels.berlin). Il che per il Comune berlinese avrebbe un duplice vantaggio: dal punto di vista economico consentirebbe di generare introiti dalla vendita di TLD personalizzati - le metropoli del Consorzio infatti arrogano a sè i benefici pecuniari dell’utilizzo telematico del “brand” cittadino - attraverso la cessione dei domini ad un prezzo ipotizzato dal Comune di Parigi in circa dieci dollari; dal punto di vista del marketing urbano - attività sempre più strategica - fornirebbe alle municipalità cittadine una leva di comunicazione formidabile per promuovere i propri servizi e le proprie iniziative, soprattutto in occasione dei grandi eventi. E’ il caso di Londra che, per i Giochi Olimpici del 2012, vorrebbe “firmare” tutti i siti di supporto alla kermesse con il TLD .london.
Ad onor del vero, un caso di TLD cittadino si è già avuto, ma, è l’obiezione del Consorzio dotCities, in maniera forzata: a Los Angeles molte aziende e istituzioni locali hanno utilizzato il suffisso dello Stato di Laos (.la) per dare al proprio sito una parvenza di “localismo”: una mera operazione di facciata (o di esproprio elettronico, come sostengono le istituzioni dello Stato asiatico), accompagnata da una grancassa di marketing al grido di “.la is the place to be”. Ma dai risultati deludenti: su una stima di un milione di registrazioni, solo 10.000 sono effettivamente andate in porto.
Sta di fatto che ormai siamo arrivati alla stretta finale: per fine 2009 verranno rilasciati altri TLD dall’ICANN e il Consorzio dotCities si è già visto presentare il “conto”, per la verità ritenuto un po’ salato: 185.000 dollari a città come “entry fee” di attivazione del suffisso personalizzato e 75.000 dollari come “fee” annuale di gestione. Ma le parti sono convinte di riuscire a trovare un accordo. Per evitare che si ripetano casi-limite come gli ultimi registrati a New York: il fedele che, non trovando su Internet il sito della propria parrocchia, si è rivolto direttamente al sito del Vaticano o il turista che, digitando www.75thstreet.com in cerca di informazioni sulla Settantacinquesima strada, si è ritrovato catapultato sul sito di una birreria di Kansas City! (Maggio 2009)