CAIRO | Muezzin troppo stonati, al Cairo l’azan ora viaggia via etere

Per fronteggiare la fastidiosa cacofonia prodotta dai simultanei richiami alla preghiera, nella capitale egiziana è stato realizzato un sistema di trasmissione unificata che parte da uno studio di emissione e arriva alle migliaia di minareti cittadini.
Un timido toc sul microfono, seguito da uno schiarir di voce. Isolato. L’uomo chiude gli occhi, piega le orecchie “a conchiglia” ed inizia a scandire parole e note. Pochi secondi e, da un altro quartiere, si ripete lo stesso rito. E poi da un altro ancora. Finché quella che era una voce isolata diventa una cacofonia che domina la valle, da est ad ovest. Una “nuvola” elettronica di microfoni gracchianti, sospesa sulle oltre quindicimila moschee cittadine. Un’onda dirompente che dura qualche minuto, poi lentamente scema e si torna alla normalità.
Ordinari momenti di vita al Cairo. Per la precisione momenti dell’azan, il “richiamo alla preghiera” rivolto dai muezzin ai fedeli. Fino a ieri, in ordine sparso, ognuno per sé. Ma le cose stanno cambiando. Perché nella città di diciotto milioni di abitanti l’effetto acustico che derivava da questa anarchia sonora era, a detta di molti, insostenibile. “Invece di essere una gioia, l’azan sembrava una quotidiana tortura per le orecchie”, si sfoga Muhammed, tassista nella capitale egiziana. E la ragione era semplice: molti muezzin erano tremendamente stonati. Incredibile, se si pensa che nell’antichità una voce melodica era la prerogativa indispensabile per un muezzin: pare che il primo uomo invitato ad eseguire il richiamo alla preghiera sia stato uno schiavo liberato proprio in virtù della sua voce soave. Ma oggi non è più così, né al Cairo né in molte altre città islamiche. Ad Istanbul, per esempio, a seguito delle numerose proteste, è recentemente stata istituita una scuola di canto per muezzin, nella quale i meno dotati dal punto di vista vocale possono imparare dei trucchi per migliorare le proprie performance, sotto le direttive di qualificati maestri di canto.
La soluzione, al Cairo, arriva dalla tecnologia: un progetto da 175.000 dollari, in gestazione da anni, che equipaggia ogni moschea con un ricevitore che consente di captare e ritrasmettere un unico azan cantato in uno studio di emissione da un muezzin particolarmente intonato (a rotazione su un “parco” di trenta prescelti). La questione non è di poco conto, se si considera che l’azan è un mezzo per portare a Dio. E, per essere suggestivo, deve essere eseguito bene, come qualunque arte. Altrimenti il rischio, come paventato precedentemente dal tassista Muhammed, è di allontanare i fedeli.
Eppure, al Cairo, rinomata nel Medio Evo come la città delle migliaia di minareti e degli azan diversificati, sono molti i detrattori di questo nuovo corso, nel quale la tecnologia recita un ruolo primario. Eccessivo. C’è chi solleva obiezioni di tipo spirituale (“Viene a mancare il contatto diretto e mistico tra il singolo muezzin e i fedeli della propria moschea”); chi di tipo più meramente organizzativo (“In questa immensa megalopoli ci sono numerose piccole moschee non registrate - le cosiddette zawiyas - che non rientrano dunque nel ‘network a moschee unificate’ via etere”) o sonoro (“La qualità della trasmissione via etere è gracchiante”); chi, infine, si appiglia a teorie cospirazionistiche (“E’ un trucco concordato insieme agli Stati Uniti per controllare la comunicazione religiosa, riducendola ad una voce sola”).
Certo è che il ruolo della tecnologia nella religione moderna sta assurgendo a livelli rilevanti. Avevamo già affrontato il caso svedese del Corano via telefonia mobile, è di questi giorni un’altra iniziativa, stavolta legata alla religione cattolica: è ‘Confession: A Roman Catholic App’, un’applicazione dell’iPhone che permette ai credenti di confessarsi attraverso il proprio telefonino senza nemmeno recarsi in chiesa e soprattutto evitando la talvolta imbarazante interazione col prete. Un’applicazione, va detto, che è già stata nettamente bocciata dal Vaticano.
Il caso dei muezzin del Cairo, invece, è serio, con ripercussioni di natura psicologica oltre che religiosa. Bisogna infatti considerare che l’identificazione dei muezzin del Cairo con la moschea gestita è totale. Si occupano di tutto, spesso trascurando le famiglie “abbandonate” in remoti villaggi. Curano ogni attività, anche le più umili, come fare le pulizie all’interno della moschea a fine giornata. Questi sacrifici erano ampiamente ripagati da un lustro sociale e una riconoscibilità nel quartiere dati dall’immensa forza spirituale del richiamo alla preghiera. Adesso, la prima conseguenza dell’azan via etere è stato il degradamento dei muezzin, da prestigiosi portavoce del verbo islamico a semplici “custodi della moschea”. Il che ha effetti deleteri sull’autostima, tanto che alcuni hanno allestito addirittura uno spettacolo teatrale chiamato “Radio Muezzin”, già rappresentato in Egitto e in alcuni Paesi europei, nel quale raccontano gli effetti deprimenti di questo ridimensionamento. (Febbraio 2011)


