PIL? No, 'Bohemian Index': l'economia urbana oggi si misura così

In un’epoca in cui la tendenza è scegliere prima la città in cui vivere e poi il lavoro da svolgere emergono nuovi indici per pronosticare il futuro economico delle metropoli. Partendo dall’assunto che le categorie trainanti sono i creativi e i gay.
Azienda? No, luogo. Si prenda l’industria automobilistica: un tempo, una General Motors negli Stati Uniti o una Fiat in Italia rappresentavano uno sbocco professionale talmente allettante per sciami di neolaureati illuminati da far passar in secondo piano l’inconveniente che lavorare nel quartier generale di questi due colossi dell’auto significava vivere a Detroit o Torino, non proprio il massimo in fatto di qualità della vita. Oggi non è più così, non è più l’azienda a “risucchiare” la crème dell’intelligenza, a farlo è il “luogo”: si sceglie prima la città con “appeal”, poi ci si dedica alla ricerca di un lavoro. Così, si è giunti al paradosso che una multinazionale è talvolta obbligata ad aprire una sede in una città non per questioni di immediate prospettive di profitto o di contenimento dei costi, ma unicamente per presidiare una “piazza” ad alto tasso di creativi, in un’ottica di lungo periodo. Il ragionamento imprenditoriale più o meno è questo: se le migliori nuove leve creative amano, ad esempio, Berlino, andiamo loro incontro e apriamo lì un “ufficio-civetta” per “accalappiarli” ed assorbirli nel nostro network (per poi, in un secondo momento, dirottarli in altre sedi più nevralgiche del gruppo).
E’ probabilmente uno dei più evidenti cambiamenti dell’economia, rispetto a come la si era conosciuta dal secondo dopoguerra a pochi anni fa. I motivi? Il principale è probabilmente la disillusione di una generazione di giovani che ha compreso quanto foriero di delusioni e frustrazioni possa essere il percorso lavorativo, anche in presenza di una formazione accademica prestigiosa; e dunque, sapendo di doversi preparare ad una vita professionale turbolenta, preferisce far sì che ciò avvenga perlomeno in un ambiente stimolante. Lampante è il caso di Barcellona, la “Eldorado” degli under 30, investita come il resto della Spagna e dell’Europa dalla recessione. Qui gli abitanti più giovani hanno deciso di fronteggiare i tempi cupi con un atteggiamento dolce-amaro: “Noi andiamo in spiaggia, quando la crisi è finita avvertiteci!”.
Ma come si fa a rendere un “luogo” attrattivo? Richard Florida, sociologo urbano statunitense con cattedra a Toronto, ha elaborato “la teoria delle tre T”: tecnologia, talento e tolleranza. Ciascuno di questi elementi è necessario ma non sufficiente per creare un habitat urbano ideale: il cocktail deve miscelare alla perfezione i tre fattori, in modo da attivare il circolo virtuoso. Se è facilmente comprensibile perché tecnologia e talento siano leve di sviluppo decisive per la crescita economica di un’area metropolitana, meno immediato potrebbe essere cogliere l’importanza della tolleranza. La risposta arriva dall’esperienza di alcune città, nelle quali, pur in presenza di tecnologia e talento, l’economia ristagna perché, a causa della loro chiusura mentale, non attirano i creativi.
Data la loro ormai riconosciuta importanza, i tre fattori - tecnologia, talento, tolleranza - vengono pertanto calcolati attraverso degli indici. L’High-Tech Index misura l’incidenza del fatturato high-tech della città sul totale nazionale; il Talent Index misura la percentuale di persone con laurea o specializzazione in città; la tolleranza, invece, è misurata da tre indici: il Melting Pot Index (percentuale di persone nate all’estero residenti in città: indice la cui importanza è acuita dai bassi tassi di natalità nelle economie occidentali), il Bohemian Index (percentuale di persone che svolgono un’attività creativa in città: pittori, fotografi, scrittori, designer, musicisti…) e il Gay Index (percentuale di omosessuali in città). Quest’ultimo può forse suscitare dei dubbi, ma il ragionamento che lo ha originato è strettamente correlato con l’importanza della tolleranza: se una città accoglie i gay vuol dire che accoglie in genere le persone. E i creativi preferiscono i luoghi dalla mentalità aperta.
Questi indici sono oggi monitorati da sindaci e multinazionali, forti della loro capacità di pronosticare i tassi di crescita del PIL e dell’occupazione. E persino dell’evoluzione dei prezzi del mercato immobiliare. Il Gay Index, ad esempio, è un parametro strategico per la valutazione dei quartieri nelle metropoli: laddove c’è un Gay Index elevato - si pensi al Marais a Parigi o a SoHo a Londra - i prezzi delle case sono spesso alle stelle.
Va detto, per la verità, che gli indici prestano il fianco anche ad alcuni critiche, in quanto le formule con i quali vengono calcolati generano talvolta delle storture. Ad esempio, nella graduatoria elaborata col Bohemian Index relativamente alle città degli Stati Uniti, appare pacifico che in testa ci siano Los Angeles e New York ma è decisamente stridente trovare Salt Lake City e Washington tra le prime dieci e New Orleans terz’ultima! La spiegazione è il metodo di calcolo eccessivamente fiscale: vengono infatti presi in conto solo i creativi regolarmente registrati (con partita IVA) che esercitano la professione artistica come attività primaria. Quindi, paradossalmente, il talentuoso trombettista vagabondo di Royal Street nel French Quarter non rientra nella categoria “artista” del Bohemian Index.
Ma si tratta di dettagli, rispetto al peso che questi indici si sono ritagliati tra i parametri di valutazione dell’appetibilità di una città. Tanto è vero che sempre più sindaci stanno tagliando dal budget opere culturali faraoniche ma fini a se stesse - il nuovo museo piuttosto che l'avveniristica arena adibita a concerti - per dirottare i fondi verso più strutturali piani di arricchimento dell’attrattività culturale delle città, “strada per strada”. Magari ricorrendo a partnership con il mondo accademico, come ha fatto Parigi che, tramite l’Università Descartes, ha recentemente iniziato a rilasciare un “Diploma di educazione alla creatività”. Fino ad arrivare al caso di San Francisco, dove gli indici di Richard Florida hanno talmente attecchito da far soprannominare l’elenco telefonico cittadino “Bohemian-Gay Index”. (Settembre 2010)


